Un giorno da kiter sulla costa del Kenya

WATAMU-KITESURF

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Un giorno da kiter sulla costa del Kenya

Il racconto di una normale giornata di lavoro per uno degli istruttori del Watamu Kiteboarding, scuola di kitesurf che si trova all’interno del Garoda Resort, lungo la costa orientale del Kenya: la natura rigogliosa, gli animali, i colori dell’oceano e i ritmi lenti tipici dell’Africa.

All’alba i mille suoni emessi dagli uccelli appollaiati in mezzo agli alberi ti arrivano soffusi dentro la camera prima ancora di aprire gli occhi e ti avvisano che un altro giorno africano sta per cominciare qui a Watamu.

Ti alzi dal letto e i 24 gradi del condizionatore sempre acceso non sembrano più così tanti come la sera prima. È quasi Natale e in questo periodo il tasso di umidità lungo la costa orientale del Kenya può raggiungere il 70 per cento. Durante la notte spesse coltri di nubi grigie si addensano nel cielo e a volte scaricano una pioggia pesante e calda che dura pochi minuti. Già nelle prime ore del mattino tuttavia le nuvole iniziano a dissolversi lasciando spazio all’azzurro nitido e ai raggi del sole equatoriale che ti trafiggono spietate le lenti dei Rayban.

La scuola di kitesurf che gestisco si chiama Watamu Kiteboarding e si trova all’interno del Garoda Resort, una suggestiva struttura in stile africano affacciata sulla spiaggia del Parco Marino di Watamu. Per arrivarci dalla camera mi basta percorrere uno dei tanti vialetti circondati da alberi di frangipane dai caratteristici fiori bianchi che emanano un intenso profumo di vaniglia fresca. È uno dei momenti più belli della giornata.

Mentre cammino lungo la strada le facce del personale locale che si occupa della manutenzione di piscine e giardini si allargano in grandi sorrisi mentre mi salutano con il tradizionale “jambo”. Rispondo “jambo jambo” e sento l’euforia di essere nel cuore dell’Africa.

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Dopo una colazione energica a base di frutta fresca, mango, papaia, ananas e banane, accompagnata da un paio di uova fritte con il bacon e un caffè all’americana sono pronto alla giornata di lavoro che mi aspetta.

Alla scuola c’è già Madaraka, un ragazzo di 25 anni di Malindi che mi aiuta a mettere in ordine le attrezzature, dare assistenza in spiaggia e soprattutto a tenere a bada le scimmie che se ne stanno tutto il giorno sui rami frondosi vicino alle docce e che approfittano di ogni momento utile per entrare velocissime rovistando dappertutto, comprese le tasche dei miei pantaloni appesi.

Qui all’interno del parco marino la vita in spiaggia è influenzata dalla marea che ogni 5-6 ore comporta un escursione di 4,5 metri. In genere la mattina la marea è bassa e dall’acqua cristallina emerge una lingua di sabbia bianchissima larga una cinquantina di metri che permette di inoltrarsi nell’oceano Indiano alla scoperta di coralli, mante e stelle marine dai colori brillanti che vanno dal viola purpureo al rosso acceso. Chi parte presto può arrivare a esplorare un grande scoglio a forma di tartaruga coperto di vegetazione e che dista circa un miglio dalla costa.

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Io a quell’ora preferisco prendere il sup e pagaiare facendo lo slalom tra i coralli e cercando di avvistare qualche tartaruga oppure piccoli squali più al largo. L’acqua dell’oceano segna circa 30 gradi e secondo la luce può cambiare in ogni momento regalando incredibili sfumature dal turchese al blu cobalto. Vista dal largo la costa di Watamu appare in tutta la sua bellezza: lingue di sabbia finissima circondate da palme che si alternano a rocce frastagliate e scure. In mezzo agli alberi ogni tanto si intravede il bianco sgargiante delle splendide ville di qualche famiglia per lo più italiana o inglese che ogni anno trascorre lunghi periodi in questo angolo di paradiso.

Verso mezzogiorno finalmente entra il Kaskasi, vento tipico della stagione monsonica che va da novembre alla fine di marzo con un’intensità di 20-25 nodi con direzione side on sinistra rispetto alla spiaggia. È tempo di tirare fuori tavole e ali ed entrare in acqua per le prime session sotto lo sguardo curioso e le grida concitate dei cosiddetti “beach boys”, ragazzi africani che passano tutto il tempo in spiaggia a cercare di vendere ai turisti ogni sorta di manufatto, escursioni e alloggi. Ormai dopo giorni di chiacchierate all’ombra delle rocce dove cercano di ripararsi dalla calura condividendo bottiglie d’acqua e sigarette li conosco tutti: John, Limone, Carletto, Cocacola, Barcelona, Tony, Jesus, etc. Vengono dalle baracche assemblate dentro la foresta e lungo la Turtle Bay che porta ai villaggi di Watamu e Tamboni. Molti di loro parlano discretamente l’italiano appreso dagli stessi turisti e spesso si lanciano nei modi di dire dialettali delle varie regioni sghignazzando complici. Vivono con pochi centesimi al giorno mangiando polenta, riso e verdure. La maggior parte ha frequentato solo la scuola primaria finanziata dal governo, quindi subito il lavoro in spiaggia per sbarcare il lunario. Per me che vivo nel resort sono una divertente compagnia e soprattutto uno dei modi più efficaci per scoprire com’è la vita della gente comune qui in Kenya.

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Quando navigo lungo la costa in genere faccio dei lunghi bordi in solitario per farmi abbracciare dall’oceano Indiano, caderci dentro e a volte fantastico di raggiungere l’arcipelago di Zanzibar che è qui di fronte, oppure il Madagascar, o ancora le Mauritius. Sono suggestioni naturalmente, ma il fatto di navigare in queste acque che sono state in passato lo sfondo di esplorazioni coloniali epiche e traffici marittimi con l’Oriente, ispira il marinaio che è in me. Quando invece voglio divertirmi e provare salti e manovre rimango sotto costa nell’acqua turchese che risalta i colori e la forma del mio kite.

I clienti della scuola di kitesurf in genere sono gli ospiti del Garoda o degli altri villaggi della zona. Per lo più italiani in vacanza, ma anche gente che si è trasferita qui in Kenya e gestisce alberghi oppure ristoranti, gelaterie o ancora agenzie di safari. Non mancano anche ragazzini kenyani, adottati da famiglie agiate che dopo le vacanze li mandano a studiare nei college inglesi di Mombasa.

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Lo spot di Watamu è perfetto per imparare: vento costante, acqua piatta, pochi ostacoli se non qualche roccia sparsa qua e là e sempre visibile grazie all’acqua trasparente. Per i rider più esperti c’è la possibilità di raggiungere il reef e surfare tra le onde fino a 2-3 metri di altezza, oppure avventurarsi in downwind esplorativi lungo costa superando larghi tratti di faraglioni giganti e aguzzi fino al Creek, un tratto di oceano che si inoltra per circa 4 miglia nell’entroterra e semra un grande fiume.

La bellezza di Watamu a differenza di altre località esotiche celebri per la pratica del kitesurf a mio avviso è proprio la natura selvaggia del territorio, i colori che cambiano in continuazione nell’arco della giornata, i lunghi tratti di spiagge deserte, gli incontri in mare con i pescatori locali che si muovono lenti a bordo dei tradizionali Dhow a vela latina oppure su lunghe canoe in legno; a sorprendermi sono anche gli animali sia nell’acqua, ma anche sulla spiaggia: granchi bianchissimi o rosa pallido, iguane blu e arancioni, cavallette, piccoli serpenti, farfalle e tartarughe. E poi la gente di Watamu è cordiale, sorridente, pacifica; i giovani kenyani nonostante le condizioni precarie in cui vivono cercano di migliorarsi, studiare, imparare un mestiere, vogliono gli smartphone per navigare su internet, seguire le partite di calcio e chattare con le fidanzate. Esattamente come noi. Hanno fisici scultorei e amano lo sport, vanno in palestra e molti corrono naturalmente, visto il loro talento per la maratona. Anche per una ragazza di qui è normale camminare per 8-10 chilometri. Hanno un solo problema: non sanno nuotare, perché da piccoli i genitori gli insegnano che l’oceano è un pericolo.

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Finite le lezioni in genere sono circa le 17, la luce accecante del giorno finalmente si allunga, si addolcisce e il turchino del cielo comincia stemperarsi prima nel rosa, poi nell’arancio e infine nel rosso fiammeggiante del tramonto che qui sulla costa prevalentemente pianeggiante spazia per chilometri e ti apre letteralmente il cuore.

Dopo il rito del thè, antico retaggio della colonizzazione inglese, saluto Madaraka che chiude la scuola e riprende il pullman per Malindi e vado a nuotare in piscina oppure m’incammino per un’ultima passeggiata nel silenzio della spiaggia. A volte al crepuscolo rimango a giocare a pallone con i beach boys oppure li sfido ad arrampicarci sulle rocce. Perdo sempre.

Quello che invece non perdo è l’euforia di essere in Africa, qui a Watamu, paradiso del kitesurf affacciato sull’oceano Indiano, dove la vita scorre lenta e il cuore batte forte come un tamburo.