Sudafrica: l’insidioso “capo degli aghi”

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Sudafrica: l’insidioso “capo degli aghi”

 Agulhas: la punta estrema dell’Africa, incubo dei marinai che nel corso dei secoli hanno naufragato sui suoi temibili scogli aguzzi come aghi.

È il punto più estremo del continente africano, considerato dall’Organizzazione Idrografica Internazionale come linea di confine ufficiale tra l’oceano Atlantico e quello Indiano, sede di campi magnetici, forti correnti e onde anomale, ma soprattutto al centro di una costa, che va da Capo Hanklip a Capo Infante, tristemente nota come Shipwreck Coast (costa dei naufragi), in memoria delle centinaia di velieri e navi qui naufragati nel corso dei secoli. Tutto questo è Capo Agulhas, l’estremità più meridionale dell’Africa, nella provincia di Western Cape, più a Sud anche del celebre Capo di Buona Speranza, come indicano le sue coordinate: 34° 49’ 58’’ Sud – 20° 00’ 12’’ Est. Un luogo remoto, dunque, ricco di fascino e curiosità marinaresche.

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Circa 250 le navi affondate su questa costa

Il nome stesso del capo è evocativo: furono i navigatori portoghesi che lo doppiarono per primi nel XV secolo a chiamarlo Cabo das Agulhas che vuol dire “capo degli aghi”, perché a bordo dei vascelli che navigavano in queste acque gli aghi delle bussole, a causa delle turbolenze magnetiche, portavano le navi fuori rotta. Un’altra teoria vuole che il termine “aghi” si riferisse agli innumerevoli e insidiosi scogli aguzzi e semisommersi disseminati lungo questa costa che rappresentavano un pericolo per le navi di passaggio sulla “rotta delle spezie” da Est a Ovest. Sono proprio le navi affondate in questa zona, con i loro drammi, le vicissitudini raccontate dai marinai superstiti, i relitti posati sui fondali o incastrati tra le rocce a pelo d’acqua ancora bene in vista, a caratterizzare Capo Agulhas e i circa cento chilometri di costa che lo circondano. Le stime degli storici parlano di circa 250 naufragi accertati dal XVI secolo a oggi e oltre 2.500 vittime.

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Lo standard “prima le donne poi i bambini” nacque qui

Alcuni di questi incidenti hanno coinvolto anche navi e uomini celebri a partire dall’illustre navigatore ed esploratore Bartolomeo Diaz (il primo ad avvistare sia Capo Agulhas sia Capo di Buona Speranza) che naufragò in queste acque il 29 maggio del 1500. Stessa sorte colpì il capitano portoghese Manuel De Sousa Sepùlveda con la perdita di ben 475 uomini dei 500 che componevano l’equipaggio del galeone São João di cui De Sousa era al comando. Poi ancora nella notte del 25 febbraio del 1852 in un luogo nei pressi di Capo Agulhas chiamato anche Danger Point (punto di pericolo) fece naufragio il brigantino inglese Birkenhead: solo 193 persone delle 648 persone imbarcate sopravvissero. Pare che la frase “prima le donne e i bambini”, divenuta poi uno standard in caso di abbandono della nave, abbia avuto origine in questo incidente, vista la quantità di famiglie imbarcate sul mercantile.

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Atlantico e Indiano si incontrano: correnti e onde

Oltre alle rocce e agli scogli affioranti, la causa di questi naufragi è dovuta alle condizioni meteomarine che caratterizzano Capo Agulhas. Qui infatti si scontrano due correnti: una calda, detta “di Agulhas”, proveniente dall’Indiano e l’altra fredda, chiamata Benguela e proveniente dall’Atlantico. A causa dell’incontro di queste correnti, le acque di fronte al capo sono agitate e violente, soprattutto in inverno, con onde anomale che possono raggiungere i 30 metri di altezza.

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Gita al museo dei naufragi

Come aiuto ai naviganti, sull’estremo lembo di terra del capo fu costruito nel 1848 un faro, oggi ancora in funzione e sede di un museo. Un altro museo dedicato a Capo Agulhas e alla Shipwreck Coast si trova invece nella cittadina di Bredasdorp situata nell’entroterra, a circa 30 chilometri dalla costa sudafricana. Il museo, ricavato da un’antica chiesa, si chiama Shipwreck Museum ed è diviso in tre padiglioni che raccolgono oggetti recuperati dai relitti, strumenti di navigazione, polene, illustrazioni, diari di viaggio, ricostruzioni storiche e resoconti dei naufragi.