Quella volta che Joselito perse la tavola e andò alla deriva in Atlantico

Disavventure

Quella volta che Joselito perse la tavola e andò alla deriva in Atlantico

Un cambio repentino del tempo, un colpo di vento o una bonaccia, ma anche crampi e avarie all’attrezzatura possono trasformare una piacevole session di kitesurf in una situazione di pericolo e a volte anche di sopravvivenza, come è accaduto nell’ottobre del 2010 a una coppia di rider durante un downwind in oceano Atlantico da Cabarete a Puerto Plata.

Nell’ottobre del 2010 due rider della Repubblica Domenicana, Posito e Joselito, decisero di fare un downwind di 34 chilometri da Cabarete a Puerto Plata. Entrambi erano kiter esperti e avevano già affrontato lo stesso percorso diverse volte. Il vento soffiava a circa 20 nodi quando lasciarono KiteBeach verso le 16 del pomeriggio. Andava tutto bene finché, quando stavano per raggiungere la meta, si accorsero di un grosso fronte che dalla città di Puerto Plata si dirigeva verso di loro. I due rider sapevano bene che di lì a poco il vento avrebbe girato da terra e sarebbe rafforzato. Cercarono di planare a tutta velocità per raggiungere la costa nel più breve tempo possibile, ma sfortunatamente non fecero in tempo e vennero investiti da venti di oltre 50 nodi e pioggia battente. La visibilità si ridusse drasticamente e il mare era coperto di schiuma bianca.

Posito e Joselito in quelle condizioni estreme cercarono di restare vicini navigando a vista e tentarono di bolinare per raggiungere la spiaggia più vicina. A un certo punto tuttavia Joselito cadde in acqua e perse la tavola che spinta da vento e corrente cominciò ad andare alla deriva nell’oceano Atlantico. In pochi secondi i due ragazzi persero il contatto visivo. Posito decise di non fermarsi per aiutare il suo amico ma continuò la rotta per raggiungere terra e dare l’allarme. In prossimità della costa tuttavia il vento calò del tutto e fu costretto a nuotare con l’attrezzatura riuscendo finalmente ad arrivare in spiaggia.

Partono i soccorsi, ma la notte ha il sopravvento

Lanciato l’allarme, alcune barche partirono alla ricerca di Joselito che nel frattempo si era allontanato in oceano fino a non riuscire più a vedere la costa. Ormai però si stava facendo buio e le ricerche del ragazzo vennero interrotte. Nel mezzo della più completa calma piatta Joselito decise di effettuare il self rescue, richiamò le linee sulla barra e raggiunse il kite che capovolse e ci si sdraiò dentro. Non vedeva nulla e cominciò a nuotare alla cieca sperando solo di andare nella direzione giusta, prima di essere sopraffatto dalla stanchezza durante la notte.

Il mattino successivo ripresero le ricerche del naufrago con poche speranze di trovarlo quando alle 9 di mattina una barca di pescatori di passaggio vide una vela rosa all’orizzonte e la raggiunse. Dentro al kite completamente esausto, scosso da brividi di freddo, ma ancora vivo c’era Joselito che venne tratto in salvo dopo avere passato oltre 15 ore alla deriva nel mezzo dell’Atlantico.

Resistere in acque fredde. I tre stadi dell’ipotermia

Joselito è stato fortunato a essere recuperato in breve tempo. Ma quanto può resistere un essere umano alla deriva in mare aperto? In generale rimanere immersi in acque fredde comporta tre stadi di risposta dell’organismo. Il primo è uno shock da freddo che può comportare iperventilazione incontrollata, incremento del battito cardiaco, ipertensione con il rischio di inghiottire acqua di mare tra un respiro affannato e l’altro. Questo stadio raggiunge il suo picco in circa 30 secondi e diminuisce dopo qualche minuto quando nel secondo stadio il corpo comincia a raffreddare i propri muscoli. Per ogni grado di temperatura in meno ogni muscolo perde circa il 3 per cento della propria forza, quindi a poco a poco non si è più in grado di nuotare.

Il terzo stadio di ipotermia comporta il raffreddamento degli organi interni del corpo umano con gravi effetti sia fisici che mentali che arrivano a provocare stadi confusionali, perdita di coscienza e morte. Quanto può resistere un uomo immerso in acque fredde dipende naturalmente dall’effettiva temperatura dell’acqua, dall’abbigliamento (indossare una muta per esempio rallenta l’ipotermia), dal suo peso corporeo e dalla percentuale di grasso, dal grado di idratazione e non ultimo dalla sua volontà di resistere, che anzi a volte può essere decisiva. Sono stati registrati casi di naufraghi sopravvissuti in mare anche diversi giorni.

Pianificare e pensare al peggio non è da sfigati

Quello che insegna la disavventura di Joselito in ogni caso è che quando si ha in programma di navigare lontano dalla costa occorre studiare in anticipo le previsioni meteo, non partire mai da soli, conoscere i sistemi di sicurezza del kite tra cui il self rescue, ma anche portare con sé un cellulare o una radio Vhf per avvisare in caso di pericolo. Nel caso di tragitti lunghi, è bene portare con sé una piccola sacca stagna con acqua potabile, barrette energetiche e un razzo di segnalazione.

In caso di emergenza la regola fondamentale è mai abbandonare il kite che può servire come mezzo di galleggiamento ed essere avvistato più facilmente dai soccorritori. Mantenersi lucidi, evitare di sprecare energie, assumere una posizione fetale per rallentare gli effetti dell’ipotermia. E soprattutto non mollare mai, anche di fronte al peggio. Joselito nel frattempo è tornato a navigare e fare stupendi downwind.

 

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