Quel maledetto trick mi farà impazzire

 

Didattica

Quel maledetto trick mi farà impazzire

Nel kitesurf non si finisce mai di imparare ma il processo di apprendimento passa necessariamente attraverso una serie di fattori fondamentali: la motivazione, la conoscenza, il tempo speso in acqua, gli errori e la preparazione fisica. Qualche consiglio per chiudere i trick e il racconto di quattro esperienze dirette.

A chi di noi rider non piace entrare in acqua e chiudere un nuovo trick? Non importa che sia il nostro primo salto oppure la rifinitura di quel micidiale Front Mobe. La soddisfazione è sempre enorme. Una volta chiusa una manovra per la prima volta non solo il nostro cervello ma anche i muscoli cominciano a ricordarsi le posizioni e così dopo viene tutto più facile. Per progredire nel riding e nei trick bisogna trascorrere quanto più tempo possibile in acqua, non c’è altra strada. Prendiamo i vari simulatori a terra. Sicuramente aiutano, ma solo in una prima fase di studio dei movimenti del corpo. Quando poi le stesse manovre si provano in acqua, in condizioni reali, tutto risulta più complesso. Anche la costanza è un fattore decisivo. Se durante una stagione accumuliamo solo una ventina di uscite la nostra progressione sarà inevitabilmente lenta e poco soddisfacente, per non dire frustrante perché ogni volta sarà un po’ come ricominciare daccapo.

Per prima cosa: focalizzare l’obiettivo

Uno dei modi migliori per migliorare come rider è darsi nuovi obiettivi e concentrarsi su quelli. Volete chiudere una manovra? Cercate di visualizzarla, pensate ai vari passaggi, figuratevi la progressione e scandite il timing. Aiuta molto anche un atteggiamento positivo: immaginate la felicità di chiuderla. Così una volta entrati in acqua il corpo e la mente saranno già preparati alla sfida. I nuovi trick dovrebbero essere provati all’inizio della session dopo un breve riscaldamento, approfittando di essere freschi e pieni di energia. Sono sufficienti 8-10 volte. Poi fermarsi e analizzare cosa va bene e cosa non funziona e soprattutto cercare di capire perché. Poi ripetere, magari distraendosi e motivandosi ogni tanto con qualcosa che già si padroneggia. Per centrare l’obiettivo serve l’approccio giusto che è quello di divertirsi mentre si prova. La gioia di sperimentare, di sfidare i propri limiti inizia durante le prove e non necessariamente quando si è raggiunto il traguardo.

Sbagliare fa parte dell’apprendimento

I kite sono concepiti per volare al meglio ma anche per resistere agli schianti. Non bisogna aver paura di far cadere l’ala in acqua. L’errore è necessario e dà la misura di ciò che l’ala può e non può fare, di quello che noi possiamo e non possiamo fare. Se la navigazione di bolina e il bodydrag sono abilità consolidate, semplicemente fregatevene di sbagliare. Un aiuto consistente può venire dai video tutorial della manovra che si vuole chiudere. Anche lì tuttavia bisogna saper individuare quello giusto, quello che si adatta di più a noi e che spiega in maniera più chiara e comprensibile. La cosa migliore sarebbe avere qualcuno che ci guarda e che ci dice dall’esterno cosa facciamo bene e cosa sbagliamo, perché spesso nella velocità della manovra non riusciamo a identificarne i punti critici e i movimenti corretti.

Non date la colpa all’attrezzatura

Alcuni rider si perdono dietro l’attrezzatura addossando a questa la maggior parte dei propri successi o insuccessi nel chiudere le nuove manovre. In realtà per progredire l’80 per cento dei fattori in gioco passa esclusivamente attraverso le proprie abilità e le motivazioni. Basta andare in qualche spot di Paesi africani, sudamericani oppure orientali per vedere in acqua ragazzi che fanno dei veri numeri con materiale scadente o datato. Le attrezzature moderne sono ormai estremamente performanti, sicure e versatili. Basta scegliere quelle più adatte al nostro stile di riding, quelle con cui ci sentiamo a nostro agio e il gioco è fatto. Poi tutto dipende da noi.

Essere in forma conta, eccome

Molto più importante è tenersi in forma. Il kiteboarding è un sport che sollecita i muscoli, le articolazioni, i tendini, le giunture. Senza contare lo stress di un paio d’ore passate a provare nuovi movimenti con inevitabili errori, cadute, recuperi che sollecitano oltremodo il fisico. Correre, andare in bicicletta, fare streching non solo aumentano le possibilità di stare più tempo in acqua e sopportare sforzi ripetuti ma prevengono anche incidenti come stiramenti, contratture, distorsioni, etc.

Qui di seguito riportiamo una serie di esperienze dirette da parte di kiter appassionati che hanno esercitato l’arte di progredire, tra errori, schianti e sorrisi di vittoria.

 

Il mio Back Roll: stile kamikaze e schianti micidiali

Chi sono. Mi chiamo Paolo Allegra, sono un medico che a 49 anni dopo un passato di sport motociclistici a livello agonistico ha deciso di cimentarsi con questo magico sport fatto di ali che colorano le spiagge e gente che compie le manovre più spettacolari. Mi ritengo sportivamente portato, ho una volontà di ferro e resistenza da vendere.

La manovra. Mi è venuta voglia di chiudere il Back Roll guardando ammirato dalla spiaggia i kiter che si avvicinavano a riva compiendo eleganti rotazioni all’indietro, lievi e leggiadre, per poi riprendere l’andatura nello stesso senso o effettuando un cambio di direzione. Mi sono detto: “voglio eseguire anch’io questa figura”, e infatti di figure in seguito ne ho fatte tantissime, grandi figure di…!

L’approccio. Ho optato per il cosiddetto “approccio kamikaze”, ossia una volta che mi è stata descritta la teoria e dopo un paio di filmati esplicativi, sono entrato in acqua e ho iniziato una serie infinita di tentativi maldestri irrimediabilmente seguiti da rovinose cadute in acqua o partenze lanciate con l’ala che entrava in loop facendomi volare come un missile, il più delle volte di spalle. Cadere di schiena in realtà è stata una fortuna, perché non vedendo nulla mi ha risparmiato l’insorgere della paura e la conseguente rinuncia all’esercizio. Alcuni tentativi, ripresi a terra dell’istruttore, sembravano prodezze con doppie rotazioni che finivano in schianti nell’acqua che avrebbero fatto desistere anche un ragazzino di 20 anni. In certi momenti di disorientamento spazio-temporale mi sentivo come Rocky Balboa sul ring contro Apollo Creed e proprio come nel film mi ripetevo: “Non fa male…!”.

Le difficoltà. Il problema più grande è stato superare la prima giornata alla fine della quale non avevo un singolo muscolo che non fosse indolenzito, il tutto accompagnato da un certo rimbambimento per le commozioni cerebrali ripetute. La difficoltà era non tanto nella rotazione del corpo, quanto nella gestione della barra e dell’ala durante la rotazione, perché aggrappandomi alla barra mentre ruotavo generavo inevitabilmente un loop dell’ala che mi faceva partire come un missile acqua-aria-acqua.

Il successo. Durante un loop mi sono ritrovato a riatterrare magicamente con una sincronia che mi ha premesso di ripartire in planata con le linee non intrecciate. Avevo praticamente imparato un Back Roll con uscita in down-loop. Quindi ho fatto di un errore un qualcosa su cui migliorare il mio esercizio e alla fine proprio grazie alla comprensione dell’errore ho potuto costruire anche la manovra corretta senza down-loop.

 

Avanti Pop, con Jim Morrison come coach

Chi sono. Mi chiamo Francesca Stellitano, 20 anni e se me l’avessero chiesto qualche tempo fa non avrei mai pensato di diventare un giorno una kiter. Poi per caso mi sono tuffata con mia sorella in quest’avventura. Superate le prime difficoltà finalmente è arrivata la mia prima planata. Tutto è cambiato, ho provato una sensazione unica e indescrivibile, mi sono sentita libera e tutti i miei sforzi sono stati ripagati.

La manovra. Acquisite le partenze, ho imparato la bolina e successivamente il cambio direzione, poi mi sono concentrata sul miglioramento della postura in andatura e infine sui primi salti. Inizialmente i miei salti non erano corretti poiché volevo assolutamente staccarmi dall’acqua, ma tralasciavo la tecnica. Dopo molte cadute, mi sono resa conto che era importante prima di tutto imparare il Pop, che è alla base di ogni trick. Ho chiesto vari consigli e guardato altrettanti video per cercare di capire come realizzarlo al meglio, ma l’unica soluzione era passare ore e ore in acqua a provare.

Le difficoltà. Avevo problemi a capire i tempi di stacco: a volte avevo troppa velocità e non riuscivo a mantenere il controllo del kite, oppure quando invertivo l’ala mi dimenticavo di richiamarla. Provando il Pop, senza successo, sentivo che il mio corpo tendeva a fare una mezza rotazione e ho capito che girando la testa dietro le spalle il corpo seguiva il mio movimento e da lì sono partiti i primi approcci al Back Roll così, quasi per sbaglio è venuto automaticamente. Un consiglio per farlo al meglio è quello di posizionare le mani al centro della barra, portare il kite indietro alle 12, iniziare la rotazione quando si stacca dall’acqua e guardare oltre la spalla anteriore. Invece cosa fondamentale per l’atterraggio è richiamare il kite in avanti per terminare la rotazione. Inoltre, posizionare la tavola al lasco per migliorare l’atterraggio. Non bisogna abbattersi, ma continuare a provare e il successo sarà garantito. E come disse Jim Morrison: “Sii sempre come il mare, che infrangendosi contro gli scogli, trova sempre la forza di riprovarci”.

Il Salto: la mia buonanotte e il mio buongiorno

Chi sono. Mi chiamo Donato Maniello, anagraficamente ho 38 anni, fisicamente ne dimostro qualcuno in meno, ma intellettualmente 20 di più. Per questo il kitesurf è servito a trasformarmi in un bambino al pensiero che domani ci sarà vento. Mi ripeto sempre come mai non ho iniziato prima questo sport. Così, un giorno di 4 anni fa ho deciso: dovevo fare kitesurf! Ed eccomi a occupare con altri kiter le spiagge con la mia attrezzatura e la mia bellissima passione.

La manovra. La manovra in cui ho voluto mettermi in gioco è il salto. Sì, ok si sono scritti fiumi di parole su questo trick, ma è il mio salto! Al mare vedi quei kiter così bravi a chiuderla che ti dici: “ma che ci vuole? Ce la posso fare anche io!”. Ma la differenza tra saltare e chiudere bene il salto è tanta. Si deve pur iniziare però. Così in spiaggia ho osservato tanto, sul web ho letto tutto ciò che potevo e visto una marea di video che sono diventati la mia buonanotte e il mio buongiorno. Poi qualche kiter in spiaggia mi ha dato qualche dritta. Ero nel pieno caos: così l’unico modo è stato provare.

L’approccio. Ho iniziato con i classici 14 nodi, vento side-on e rigorosamente vicino a riva. Inizialmente temevo di farmi male e che si potessero intrecciare le linee. Ogni volta che tornavo verso riva mi dicevo: “ora… ora… ora è il momento!”. Ci sono voluti moltissimi “ora”, ma quando è arrivato quello giusto mi è sembrato di aver fatto il salto più alto e lungo della storia del kite. In realtà sarà stato forse di un metro, con un un hang time di un secondo, ma è bastato per infondermi la sicurezza di riprovarci. All’inizio i miei salti si concludevano come quando Willy il Coyote cadeva nel dirupo, ma da allora un po’ di strada è stata fatta. Mi ha molto aiutato ripetere mentalmente la sequenza: velocità, inversione, straorzata, tirare la barra, controllo del kite, atterraggio.

Le difficoltà. I problemi che ho riscontrato erano due: il timing e le onde. Il timing perché, sebbene mi ripetevo mentalmente la sequenza, non riuscivo a coordinarmi e così la chiudevo male. Le onde perché mi distraevano o ci finivo dentro con la conseguenza di lasciare nell’onda un’impronta con la forma del mio corpo! In seguito ho imparato a utilizzarle come trampolino e l’altezza dei salti e l’hang time sono aumentati vistosamente. Un’altro problema è stato la rotazione del corpo in volo che mi faceva perdere il coordinamento e perdere il controllo del kite. Ho imparato a non poppare molto la tavola in venti poco sostenuti, a staccare con i cavi completamente tesi e il problema è stato risolto. L’ultima difficoltà rimaneva l’atterraggio, risolto con tantissime uscite.

Il successo. Il mio traguardo è stato vincere il timore di sbagliare e di farmi male. Spesso si pensa troppo alle conseguenze e poco al processo che ti porta a migliorarti. Ho deciso di uscire dalla mia “comfort zone”. È stato un ulteriore successo se si considera che ho lavorato da autodidatta, spendendo il doppio del tempo. Ma ora anche con 30 nodi non ho il timore di saltare e se sbaglio lo considero un tassello per migliorarmi. In fondo il salto è quella manovra che ha spinto quasi tutti noi a iniziare il kitesurf per la voglia di libertà che ispira.

 

Staccare un “Pussy Loop” come Star Wars

Chi sono. Mauro Busalacchi, 42 anni, provengo dal windsurf poi dal 2007 solo kite. Purtroppo a causa del lavoro non esco spesso, ma l’abnegazione, l’impegno e la passione per questa disciplina mi hanno permesso di fare parecchi viaggi all’estero, di conoscere questo mondo e di affinarmi. Alla fine mi sono innamorato perdutamente ottenendo discreti risultati, fra cui quello di cui vado più fiero di essere promoter Wainman Hawaii Italia.

La manovra. Il mio home spot è lo Stagnone di Marsala e spesso con i ragazzi del Sicily Kite Lounge ci si diverte a provare nuovi trick e fare baldoria. Sicché un giorno venne fuori quello che abbiamo battezzato “Pussy Loop”, ovvero un kiteloop eseguito con non meno di 25 nodi ad altezze importanti e correlato da grabbatine e smorfiette varie, per fare il verso alle ragazze.

L’approccio. L’ho imparato in un giorno intero. Non vi dico i botti atomici, ma dovevo farcela: vento costante, 25 nodi di Maestrale …ghiacciato! Non dovevo far altro che “stappare” un mega salto, con una mano “tippare” la tavola e con l’altra tirare con forza il lato contro mura della barra. Gli atterraggi non arrivavano mai, stavo in aria un botto di secondi, tanto da rischiare un “effetto pendolo”. I più bravi ne eseguivano uno dietro l’altro, opposto e contrario, per stabilizzarsi. Io diciamo che su 10 manovre ne chiudevo la metà. Che male, ma strabello!

Le difficoltà. Il problema nell’esecuzione stava nel solo fatto di avere il “fegato” di tirare a sé con immane forza la barra quando eri a non meno di 7-8 metri dalla superficie dell’acqua, col vento implacabile, forte e freddissimo. Raggiunto questo traguardo, dovevi già pensare al dopo. Era un flusso costante di ragionamenti e calcoli per evitare di farsi male e fare danni all’attrezzatura. Poi, come tutte le cose, più lo fai, più ti automatizzi e diventi preciso.

Il successo. In Star Wars la “forza” era il motore che tutto decideva e in tutto interveniva. Ebbene, per me quella forza è l’amore per questo sport che mi guida, mi sfida, mi accompagna e che non può che coronarsi in un indimenticabile successo!

 

Raley to Blind, lacrime e soddisfazione

Chi sono. Mi chiamo Chiara Esposito, 11 anni di esperienza in acqua di cui 8 trascorsi tra un podio e l’altro del campionato italiano e uno sul podio più alto e più importante della mia vita, quello della tappa del Campionato Europeo in Austria.

La manovra. Il trick che mi ha fatto tirare fuori tutta la grinta, la perseveranza e qualche lacrima è stato sicuramente il Raley to Blind. Mi hanno aiutato sia osservare le mie amiche “avversarie in acqua” che la mia competitività e voglia di crescere. Step fondamentale per avvicinarsi all’Handle Pass, chiudere questo è stato impegnativo, ma sicuramente divertente e appassionante.

L’approccio. Prima di tutto è stato importante per me sfruttare il periodo estivo: il vento termico, costante e leggero mi ha dato sicurezza e la sua elevata frequenza mi ha permesso di prendere confidenza con i singoli step del trick. Dopo i primi risultati, ho cercato sempre di eseguirlo in qualsiasi condizione di mare e vento, per rendere quanto più sicura la manovra e perfezionarne lo stile. L’approccio al trick richiede concentrazione, ma soprattutto decisione. Bisogna essere sicuri di sé e non aver paura di “lanciarsi”.

Le difficoltà. La prima difficoltà che ho incontrato è stata il Pop. Senza un buon pop è difficile trovare la “spinta” per girarsi. Quindi ho fatto molto esercizio affinché, anche in condizioni di mare con chop potessi riuscire a guadagnarmi lo slancio necessario per girarmi in Blind. Nei passaggi successivi è importante concentrarsi su ogni singolo step e far sì che in ogni tentativo non vengano “dimenticati”: come mantenere la giusta posizione del kite e la rotazione del polso e della testa, per evitare che un errore, anche banale, possa facilmente compromettere l’intero tentativo. Altra difficoltà è calcolare il giusto timing: bisogna girarsi al momento giusto! Girandosi in Blind in anticipo o troppo tardi porterà a schianti frequenti.

Il successo. Dopo innumerevoli tentativi, tanti errori e piccoli progressi, sono riuscita a fare del Raley to Blind la manovra più sicura del mio repertorio. Mi ha permesso di raggiungere un grande traguardo, probabilmente proprio per l’impegno e la tecnica necessaria per riuscire ad eseguirla.

 

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