Mirco Babini

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Mirco Babini: Il Kitesurf deve curare l’immagine

Dopo l’ingresso della Virgin nel Pkra, il circuito mondiale di Freestyle, l’attuale presidente della Ika (Classe Internazionale di Kiteboarding) Mirco Babini spiega come è nato l’accordo con il brand di Richard Branson e quali conseguenze avrà.

– Mirco a pochi giorni dall’inizio del Pkra è arrivata questa notizia dell’ingresso della Virgin nel circuito mondiale che ha sorpreso tutti. Come siete arrivati a questa nuova partnership e come cambierà questa competizione?

«Devo dire che nei mesi scorsi siamo stati bravi a lavorare nell’ombra e a dare la notizia solo a giochi fatti e contratti firmati. Troppo spesso nel Kitesurf si sono sbandierate novità e accordi commerciali poi puntualmente disattesi. Non si fa una bella figura. La verità è che il Pkra e il suo modello hanno ormai fatto la loro storia. Ora finalmente si apre un nuovo capitolo con un main sponsor forte, internazionale, in grado non soltanto di organizzare eventi in modo professionale e ad alto budget, compresi i premi in denaro per i vincitori. Il ruolo della Virgin è soprattutto quello di declinare anche nel kitesurf un sistema di media planning in grado di gestire la comunicazione degli eventi e dei suoi protagonisti, raccontando questo sport, creando immagine, lavorando per fare diventare i rider campioni dei veri personaggi così come avviene nelle altre discipline sportive. Solo così possiamo far crescere a livello mediatico il Kitesurf e garantire un futuro professionale ai suoi atleti. Oggi solo pochissimi campioni, per esempio Aaron Hadlow grazie all’impegno della Red Bull, sono dei personaggi realmente famosi. E questo è troppo poco e non è giusto».

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– A quanto pare ad affiancare la Virgin c’è anche un altro sponsor, è così?

«Sì, si tratta della Zed, un leader mondiale del settore del mobile gaming, a mio avviso fondamentale e strategico perché ha come target un pubblico giovane, grande fruitore di questi prodotti. E il Kitesurf come sport ha bisogno di essere promosso soprattutto tra i ragazzi, ha tutte le caratteristiche e diciamo l’appeal per allargare il proprio bacino ad appassionati e atleti di giovane età. E in questo senso un’azienda come la Zed può giocare un ruolo decisivo».

– Sembra un lavoro il vostro che punta a rivoluzionare soprattutto l’immagine di questo sport o no?

«Certo l’immagine è fondamentale perché determina a sua volta la copertura mediatica e quindi il successo e la popolarità di una disciplina. A questo però deve seguire il rispetto di un insieme di regole uniforme e valido per tutti. E questa regolamentazione deve far capo esclusivamente all’Ika, sia per quanto riguarda le competizioni che per l’assegnazione e il riconoscimento dei titoli internazionali, così come avviene nei circuiti della Formula Uno o del Moto Gp. Bisogna dare un taglio a questo spirito anarchico e un pò amatoriale che ha fino a oggi caratterizzato la nostra disciplina».

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Anche in ambito Fiv il ruolo del Kitesurf sembra sempre più forte anche se il percorso è lento. Quali sono gli attriti?

«Il Kitesurf è una disciplina relativamente nuova, basti pensare che la Federazione Italiana è stata riconosciuta solo nel 2008 quando già lo sport esisteva da tempo. Il problema è quello di dare la stessa dignità a questa disciplina delle altre classi veliche ma in un certo senso non snaturarla, un pò come è accaduto nel windsurf e io ne so qualcosa. Deve essere una classe spettacolare, giovane e divertente. Poi serve dare sostegno agli atleti e su questo è decisivo a livello di contributi economici il ruolo del Coni a cui la Fiv fa capo. Quando il Kitesurf diventerà finalmente classe olimpica le cose sotto questo aspetto cambieranno».

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A proposito di Kite alle Olimpiadi, a che punto sono i lavori?

«Posso solo dire che siamo di fronte a un bel rettilineo di un’autostrada e sinceramente non vedo l’ora di vedere il casello… ».

– Andrai alla prima tappa del circuito Mondiale di Freestyle?

«Sì, giovedì 26 marzo sarò a Dakhla, in Marocco, non vedo l’ora».