Michael Zomer

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Michael Zomer: io, regista estremo

Il videomaker olandese Michael Zomer ha appena girato Code Red che immortala Ruben Lenten a caccia di tempeste. Con il “king of megaloop” aveva già prodotto l’innovativa web serie Ten Days with Len10. In questa intervista racconta di sé e dell’amicizia con Lenten, esprime le sue impressioni sulle produzioni video nel kiteboarding, ma soprattutto spiega cosa vuol dire essere un regista estremo.

 Uno degli ultimi lavori di Ruben Lenten nel 2016 è stato Code Red, un avvincente progetto video in cui l’atleta olandese a distanza di pochi mesi dalla sua vittoriosa battaglia con il cancro si è finalmente ripreso la sua vita e ha ricominciato a fare quello che gli riesce meglio: il kiter estremo. Il video è incentrato su un avventuroso viaggio attraverso tre Paesi europei in cui Ruben va a caccia di tempeste. Oltre ai venti di oltre 50 nodi, il “master of extreme” durante le riprese ha sopportato il freddo e i ghiacci dell’Islanda, passando in territori innevati dove anche la sua jeep è rimasta in panne. Ha resistito alle correnti delle coste olandesi che pure conosce come le sue tasche ma che mai aveva visto così forti. Infine si è dovuto districare tra gli scogli dell’Irlanda, cercando spot fuori dal mondo ed entrando in acqua quando ormai era il crepuscolo.

A catturare quelle impressionanti immagini in condizioni decisamente proibitive è stato Michael Zomer, un giovane ma già molto affermato videomaker olandese specializzato in action sport che con Lenten aveva già girato l’innovativa serie web Ten Days with Len10. Abbiamo raggiunto Michael appena sbarcato a Cape Town dove trascorrerà il 2017 e ci ha rilasciato questa interessante intervista dove racconta un pò di sé, del rapporto con Ruben Lenten e soprattutto del suo lavoro di regista alle prese con situazioni estreme.

– Michael, quando hai deciso di diventare un videomaker professionista?

«Sono sempre stato affascinato dalle videocamere e dai video. Quando avevo appena 10 anni ho preso in prestito una piccola videocamera di mio papà e ho cominciato a filmare i miei amici che facevano skate e altre cose divertenti. Naturalmente non pensavo minimamente che un giorno questo si sarebbe trasformato in un lavoro, ma con il tempo ho sviluppato le mie abilità tecniche e aggiornato la mia attrezzatura, così sia le persone che i brand hanno cominciato ad accorgersi che facevo qualcosa di particolare. Posso dire che da quel preciso momento la mia passione si è trasformata in un lavoro a tempo pieno».

– Che tipo di formazione hai ricevuto nel videomaking e c’è qualche “maestro” che ispira in qualche modo il tuo lavoro?

«Ho frequentato una scuola d’arte, ma in realtà non avevo molte lezioni su questo argomento, diciamo che ho studiato principalmente da solo. Poi ho guardato così tanti video di skate e snowboard che alla fine penso che è da lì che derivi tutta la mia ispirazione. Se parliamo di produzioni per action sports direi che Ty Evans e tutta la crew di Brainfarm per me sono leggendari. Per quanto riguarda invece lo storytelling mi ha ispirato molto il lavoro di Vice Magazine».

– Cosa ti piace filmare in particolare e qual’è il tuo stile preferito?

«Siccome sono sempre alla ricerca del brivido e le mie radici affondano negli action sport, mi piace essenzialmente catturare immagini che riguardano il rischio e la natura. Voglio andare sempre oltre il lavoro standard per riuscire ad avere quella ripresa unica o quella situazione particolare che ho in mente. Queste cose non le impari nelle scuole o nei corsi di cinematografia. Penso facciano parte della tua personalità, di quello che vuoi realizzare. Quanto lontano vuoi spingerti? Con il tempo ho creato il mio stile tutto personale che consiste nel correre e girare, anticipare una situazione oppure organizzarmi per sapere esattamente dove girare certe immagini nella maniera più bella ed efficace. Sfortunatamente questo mi ha portato spesso a stare immerso nell’acqua oppure appeso sul ciglio di pedane verticali, hahaha».

– Quando hai conosciuto Ruben Lenten e come è nata la vostra collaborazione?

«Ho conosciuto Ruben quando sono andato per la prima volta a Cape Town. Mi ha chiesto di creare una serie per il web sulla sua vita quotidiana e il mondo attorno al King of the Air. Per oltre un mese ho vissuto spalla a spalla con lui ed a volte è stato piuttosto intenso per entrambi. Questo ci ha permesso di vivere dei momenti unici e ci ha portato a sviluppare una sorta di legame di amore-odio che rappresenta la base della nostra amicizia».

Nella serie web Ten Days with Len10 c’è uno stile tipo “dietro le quinte” che mostra Ruben non solo come kiteboarder professionista ma anche come un ragazzo normale che vuole vivere la sua vita. Ne risulta un approccio personale e spesso autoironico. Questo stile è stato frutto di una scelta comune?

 «Siccome sono una persona alla mano e non ho mai trattato Ruben come un kiter professionista o come un personaggio, con me è sempre stato sé stesso. All’inizio è stata dura abituarsi l’uno all’altro e era solito chiamarmi “contadino” perché potevo essere molto diretto con lui e non sempre mi trovavo d’accordo con le sue scelte o i suoi atteggiamenti. Con il tempo abbiamo iniziato ad accettare le nostre differenze di carattere e anche a imparare qualcosa l’uno dall’altro. Credo che questo mi abbia messo in grado di catturare durante le riprese alcuni suoi lati della personalità più genuini nel modo più naturale».

– Nel video Code Red sei andato con Ruben a caccia di tempeste. Com’è girare in quelle condizioni? Utilizzi un’attrezzatura particolare?

«Girare in condizioni meteorologiche estreme è sempre una sfida e comporta molti rischi non solo per te stesso ma anche per la costosa attrezzatura che ti porti dietro. Ho imparato molto dalle mie esperienze passate quando mi è capitato di danneggiare o distruggere completamente il materiale. Cerco di ridurre al minimo i rischi, essere sempre in contatto con i miei collaboratori e con Ruben tramite walkie talkie e proteggere la mia attrezzatura con cover antipioggia e sacchetti di plastica. Anche in questo modo è comunque impossibile tenere a bada la sabbia e il sale che si insinuano dappertutto, così dopo ogni sessione di lavoro devo portare il mio treppiede con me sotto la doccia e pulire a fondo la mia Red Epic-W da 30.000 euro e le sue lenti con soffietti antipolvere, spazzole apposite e salviette umidificate. Avere un’ottima assicurazione è fondamentale!».

– Sei anche tu un kiter? Ti aiuta quando sei al lavoro con Ruben? Cosa pensi dei video che questo sport fino ad ora è riuscito a esprimere?

«A dire la verità non sono un kiter, hahaha. Penso che rispetto ad altri action sport il kiteboarding sia una disciplina abbastanza nuova. Non credo che abbia espresso finora tutto il suo potenziale ed è questo che lo rende una bella sfida con i rider che cercano di spingersi oltre i propri limiti e a sviluppare la propria creatività. Partendo da questo presupposto credo ci siano ancora molte situazioni e location pazzesche da immortalare».

– Oggi i video di kitesurf non sono più solo azione, ma lo storytelling prende sempre più spazio. A te come storyteller piace questa tendenza?

«Credo che lo storytelling in tutti gli action sport sia diventato sempre più importante perché oggi non sono solo i praticanti di certe discipline a voler guardare questo tipo di video, ma un pubblico sempre più grande anche di semplici appassionati. Molti di loro possono non essere per nulla interessati alle manovre tecniche ma semplicemente vogliono conoscere il lifestyle che c’è dietro un determinato sport o la personalità degli atleti che viaggiano in tutto il mondo. Personalmente amo aggiungere tutte queste sfumature ai miei lavori perché so di poter raggiungere un pubblico maggiore e per me rappresenta anche un modo molto più interessante di girare piuttosto che riprendere passivamente l’azione».

– Chi è secondo te il miglior videomaker di kiteboarding in giro?

«Eyeforce ha fatto un lavoro eccezionale in Chapter One, ma mi piace anche molto quello che è riuscito a realizzare Andy Gordon con Aron Headlow, ecco per me quello vuol dire essere creativi!».

– Nella storia della cinematografia alcune pellicole sono riuscite a rappresentare tutta la bellezza e lo spirito del surf. Come lo immagini un film epico sul kiteboarding?

«Sì, credo decisamente che Chapter One sia un ottimo primo esempio. Se lo sport continua a crescere ce ne saranno molti altri».

– A quali progetti stai lavorando al momento e quali sono i tuoi programmi nel 2017?

«Nel 2017 andrò dove mi porterà il vento. Dal mese di gennaio ho lasciato il mio Paese per una nuova eccitante avventura e mi sono trasferito con tutta la mia attrezzatura a Cape Town. Questa sarà la mia casa per il prossimo futuro. Al momento sto lavorando a diversi progetti, uno dei quali assieme a Lasse Walker e un altro sempre con Red Bull per il King of The Air. Per il futuro non ho in realtà dei programmi così definiti. Credo che continuando a seguire le mie passioni semplicemente le cose capiteranno. Potrei anche cominciare a fare kitesurf, ahahah!».