Greg Thijsse: quando il kitesurf sbarcò in Sud Africa

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Greg Thijsse: quando il kitesurf sbarcò in Sud Africa

L’ex pro rider oggi giudice del Red Bull King of the Air racconta com’era il kitesurf quando fece la sua comparsa in Sud Africa agli inizi degli Anni 90: nessuna scuola, attrezzatura primordiale e rischio concreto di farsi male. “Era come lanciarsi a tutta velocità contro un muro senza freni”, spiega.

Chi scopre oggi il kitesurf, sport accessibile praticamente a tutti, dai bambini alle ragazze agli over 60, può far fatica a immaginare cos’era questa disciplina tanti anni fa, quando le prime ali cominciarono ad apparire sulle spiagge. Al contrario di oggi a quel tempo il kitesurf era un terreno completamente sconosciuto, estremo e pieno di incognite. Chi si avventurava alla scoperta della disciplina era completamente da solo ed esposto all’eventualità molto alta di incidente mentre cercava di domare un’attrezzatura tanto essenziale quanto micidiale.

Dalle isole Hawaii dove prese forma e venne sperimentato il concetto primordiale di kitesurf, la disciplina cominciò presto a diffondersi in tutto il mondo a partire da quegli spot che già avevano fama di essere delle straordinarie palestre naturali per gli sport acquatici. Tra queste il Sud Africa. Greg Thijsse, uno dei primi pro rider sudafricani e attualmente giudice di gara al Red Bull King of the Air, racconta in questa bella intervista realizzata dalla stessa Red Bull com’era il kiteboarding in Sud Africa agli inizi, quando tutto è cominciato.

All’inizio se finivi nella merda, ci rimanevi

 – Greg, ci racconti come erano quegli anni?

«I primi tempi del kitesurf sono stati abbastanza difficili. Prima di tutto non c’erano scuole ufficiali e quasi nessuna opportunità di acquistare materiale. La maggior parte delle persone si portava l’attrezzatura dal proprio paese dopo che all’estero aveva visto diffondersi questo nuovo sport che era già decollato rispetto al Sud Africa. Parliamo dei primi Anni 90. La gente entrava in acqua con qualsiasi tipo di kite capace di proiettarla in cielo. Utilizzavano anche le tavole più disparate, da quelle da windsurf a quelle da sci nautico. Una volta che avevi trovato l’equipaggiamento dovevi fare tutto da solo, nel senso che non essendoci scuole, non potevi contare sull’aiuto di nessuno, né su alcun tipo di lezione. Schianti, attrezzature e ossa rotte erano inevitabili. Sicuramente ognuno di quelli che hanno appreso la disciplina in quegli anni ha una serie di storie dell’orrore da raccontare. All’incirca a partire dal 2000 cominciarono ad apparire i primi negozi dedicati al kitesurf che lanciavano le prime linee di attrezzatura di serie e che offrivano anche qualche lezione. Da quel momento in poi iniziare questo sport cominciò a essere un po’ più semplice. L’attrezzatura in ogni caso rimaneva abbastanza primordiale. I primi modelli di kite non avevano sistemi di depower, per ridurre cioè la potenza dell’ala. In altri termini se eri nella merda, ci rimanevi. Era come lanciarsi a velocità contro un muro e non avere freni».

Anthony Berzack aprì la strada a tutti

   – Chi erano alcuni dei rider più forti all’epoca?

«In quegli anni uno dei nomi più importanti era senza dubbio Anthony Berzack. Per quello che so è stato il primo rider sudafricano a prendere parte al world tour in cui peraltro si comportò molto bene. Era conosciuto soprattutto per la manovra Deadman e per il suo stile wave. Ebbe un brutto incidente al collo che lo portò al ritiro e venne rimpiazzato oltre che da me anche da Grant ‘Twiggy’ Baker. In quel tempo c’era un gruppetto di buoni rider ma nessuno di loro portò la sua esperienza all’estero nelle gare internazionali».

– Quindi per l’attrezzatura il percorso è stato lungo?

«All’inizio l’attrezzatura non era né sicura né efficiente. I kite non potevano essere depotenziati e non prevedevano sistemi di sgancio rapido per il rider. Inoltre le ali non potevano essere utilizzate in un ampio range di vento. Cioè per uscire in condizioni diverse dovevi avere un certo numero di ali, esattamente il contrario di oggi che con una sola ala puoi coprire un range di vento enorme. Le tavole erano prevalentemente monodirezionali, molto grandi e simili a quelle da windsurf. Eravamo ben lontani dalle tavole bidirezionali di oggi, piccole e realizzate in materiali compositi estremamente resistenti».

La chiave del kitesurf sono i salti stratosferici

– In quel periodo pensavi che questo sport si potesse evolvere in maniera così rapida e diventare così popolare?

«No per nulla, credo che la crescita esponenziale di questo sport abbia spiazzato un po’ tutti. In realtà non poteva essere altrimenti. È uno sport incredibile che ti coinvolge non appena ti alzi sulla tavola».

 – Quanto sono importanti gli eventi dedicati alle singole discipline per l’evoluzione di questo sport?

«Personalmente credo che il Red Bull of the Air sia l’evento più importante che abbiamo. Il kitesurf è uno sport unico e versatile, può prendere spunti e idee da altre discipline e farle sue. È abbastanza sconcertante per esempio quanto un wakeboarder può assomigliare a un kiter nell’esecuzione di certi trick. Il rischio è che il kitesurf si trasformi in una copia del wakeboarding, del surf, dello skate dello snowboard. Mentre è bene che coltivi una propria identità. L’elemento che forse ci contraddistingue rispetto a tutte le altre discipline è la possibilità di fare dei salti incredibili. Questa è la chiave di questo sport: altezze pazzesche e la possibilità di eseguire manovre importate da altri sport nello stesso tempo. Questa è anche la ragione del successo del King of the Air. Non è solo un evento sportivo estremo, ma una sorta di faro che illumina la strada giusta per il kite».