Caro Bontempelli, non è Le Cléac’h, ma la vela moderna che non dorme

Lettera aperta

Caro Bontempelli, non è Le Cléac’h, ma la vela moderna che non dorme

Secondo il giornalista della Gazzetta dello Sport la vittoria del navigatore francese all’ultimo Vendée Globe sarebbe il sintomo di una vela snaturata, eccessivamente rischiosa, votata allo spettacolo e piegata alle leggi del mercato. Provocazione o miopia?

Armel Le Cléac’h ha appena finito di brindare dopo aver navigato per tutti gli oceani del pianeta e vinto una delle edizioni più avvincenti del giro del mondo ed ecco arrivare puntuale il guastafeste. Per la cronaca il collega Luca Bontempelli, cantore velico di lungo corso che dalle pagine della Gazzetta dello Sport tuona al tradimento. Ma come, si chiede nell’articolo “La vittoria di Le Cléac’h e il senso della vela” (http://ventoevele.gazzetta.it/2017/01/21/la-vittoria-di-le-cleach-e-il-senso-della-vela), tutto questo clamore per un marinaio che alla fine ha nell’insonnia la sua virtù più grande? Il riferimento è alla capacità del navigatore francese di resistere al timone senza praticamente chiudere occhio soprattutto nelle fasi finali della regata, quando era marcato stretto dal britannico Alex Thompson in seconda posizione.

Armel Le Cleac’h: fu vera gloria?

Che vela è mai questa, continua a chiedersi Bontempelli, che sacrifica la propria storia e il rispetto della natura tipico dei marinai, per inseguire ciecamente il brivido della velocità pura e semplice, a scapito della tattica e della capacità di navigare? Non è vera gloria, conclude il giornalista, quella di una vela d’altura incapace di darsi delle regole, che rinnega le proprie tradizioni, che si espone a rischi tanto grandi in nome di un pathos pubblicitario e marchettaro.

Sono troppi gli anni in cui Bontempelli racconta il mondo velico per non pensare d’istinto leggendo queste riflessioni che siano il frutto di un’abile e astuta provocazione per, come dicono gli americani, far rovesciare la tazza di caffè al lettore. Insomma la vecchia strategia di uscire dal coro con una voce volutamente fuori tono e controtempo per attirare l’attenzione del pubblico e generare commenti a profusione. Operazione del resto perfettamente riuscita, vista la reazione immediata di tutta la comunità velica sulle pagine social. Insomma il cronista di razza colpisce ancora, ma quelle cose lì davvero non le pensa.

La vela si va a prendere il futuro

Poi però il dubbio viene. Ma fosse che veramente non si riesca a cogliere e soprattutto ad accettare gli sforzi di una vela che vuole conquistarsi il proprio futuro. Una vela che non ci sta più a essere considerata sport di nicchia, vezzo chic di un pugno di eletti dal portafoglio gonfio, liquidata dai giornali come informazione di contorno. Perché si deve rovinare la festa a un pubblico che dopo un bel po’ di tempo riceve finalmente ciò che merita? L’attenzione del mondo, le palpitazioni per un duello entusiasmante, la gioia di una competizione vera, unica e pulita.

La vela di oggi rispecchia semplicemente la propria evoluzione: barche sempre più tecnologiche e veloci, strumenti più avveniristici, giovani leoni del mare usciti dalle scuole oceaniche in cui si applica la scienza dello sport e s’insegna la marineria moderna. La navigazione cambia con la storia, così come l’approccio degli skipper oceanici segue il passo con i tempi. Cosa c’è di male in questo? Il mare per fortuna rimane sempre lo stesso, è madre natura a segnare i propri confini e i contorni di una disciplina. Perché dovrebbero essere i velisti ad autolimitarsi in nome di una tradizione da riverire?

La tecnica non paga, vincono le emozioni

Nuovi materiali, tecnologia, metodologie di allenamento scientifiche (compresa la gestione del sonno) mai potranno cancellare il respiro e il cuore pulsante di un navigatore solitario. Ecco perché il pubblico fa il tifo per loro, si appassiona, s’immedesima negli entusiasmi e nelle miserie di questi uomini che rimangono puntini nell’immensità dell’oceano. Oggi come ieri, chi vince il Vendée Globe è un marinaio con gli attributi. Chi lo nega si para gli occhi. Perfino in Formula Uno, che forse è l’apice hi-tech dello sport, a vincere è sempre e comunque quel fascio di nervi, muscoli e pensieri che sta sotto alla tuta ignifuga e al casco in carbonio.

La vela moderna è diventata ricerca della velocità perché nella velocità trova la comprensione di tutti, anche di chi non è un velista. Non serve capire di vento apparente e angolo di scarroccio per apprezzare uno scafo primo al traguardo. I tecnicismi, i grafici, i dati di bordo sono roba da puristi. Il pubblico cerca le emozioni, il sudore, l’istinto di un animale da vittoria. L’estremo non è un’etichetta appiccicata alla vela dalla moda. La vela oceanica è estrema di suo, con un Mini 6,50 così come su un trimarano di 60 piedi.

La vela moderna insegue i media, i dati d’ascolto, gli sponsor che permettono di disputare certi eventi altrimenti si sta tutti in banchina. E allora? Non significa snaturarsi, vuol dire svegliarsi finalmente e fare esattamente come tutte le altre discipline sportive che accettano e anzi cavalcano le leggi della comunicazione e del mercato. La filosofia del pochi ma buoni ha stufato, per buona pace di Tabarly.

La vela, caro Bontempelli, non insegue lo spettacolo, ma è uno spettacolo di suo, oggi come ieri. E a starci dietro si perde il sonno, peggio di Le Cléac’h.

David Ingiosi