A vela, ma sulle ruote!

Tendenze A vela, ma sulle ruote! Maneggevole, facile da condurre, capace di sfrecciare a oltre 70 km l’ora, il carro a vela è uno sport divertente, pulito e spettacolare. Prendete una vela, fissatela a un “trabiccolo” con le ruote, trovate un terreno abbastanza duro e ampio a sufficienza, aspettate un po’ di vento e via… […]

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Tendenze

A vela, ma sulle ruote!

Maneggevole, facile da condurre, capace di sfrecciare a oltre 70 km l’ora, il carro a vela è uno sport divertente, pulito e spettacolare.

Prendete una vela, fissatela a un “trabiccolo” con le ruote, trovate un terreno abbastanza duro e ampio a sufficienza, aspettate un po’ di vento e via… che il divertimento abbia inizio! Quanti di noi, da piccoli, hanno sognato un gioco simile. Il carro a vela, in effetti, sembra una di quelle automobiline che si costruiscono i bambini per giocare a fare i piloti. In realtà si tratta di una disciplina sportiva che conta migliaia di appassionati, gare internazionali, federazioni e club sparsi in tutto il mondo, e che tuttavia deve il proprio successo soprattutto al fatto che sui carri a vela ci si diverte da matti: si sfreccia a oltre 70 chilometri orari, spesso con il carro sbandato, semisdraiati a pochi centimetri dal suolo, si fanno curve in derapata e testacoda adrenalinici, il tutto con la sola forza del vento. Cosa chiedere di più?

Faraoni, i primi a usare i carri a vela

L’utilizzo del vento come forza di propulsione terrestre ha origini antiche. Furono gli egiziani i primi ad applicare tale principio ai loro carri: in alcune iscrizioni del 2000 a.C. si riferisce che il faraone Amenemhatt II faceva uso di un “carro a vento”. Anche i romani s’interessarono a questo curioso mezzo di locomozione descritto nel 405 a.C. da Flavius Vegetius Renatus nel suo “Epitoma Rei Militaris”. E ancora i cinesi si servirono di “carriole a vela” per la costruzione della muraglia cinese attorno al 247 a.C. In Europa risale al 1543 l’utilizzo di un “veicolo terrestre a vela” da parte di Johan Friedrich a Torgau, Sassonia. L’exploit più celebre in questo senso è riportato in un testo fiammingo degli inizi del 600 accompagnato da una incisione figurativa (esposti al museo di Newport, Inghilterra) in cui si narra che il matematico belga Simon Thévenin avesse ideato un carro a vela come passatempo per la famiglia reale.

Con lo stesso intento ludico furono costruiti carri a vela dall’inglese Thomas Wildgloose (1620), dal vescovo John Wilkins di Londra (1714), dallo spagnolo José Boscassa a Valencia (1802). L’esperienza più interessante ebbe luogo il 28 settembre del 1834 quando il francese Hacquet circolò nella città di Parigi con il suo Eolienne, una sorta di gigantesca carrozza con vele inferite su alberi alti fino a 13 metri.

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In Francia nasce il prototipo sportivo

Per la data di nascita ufficiale del carro a vela moderno dobbiamo attendere tuttavia gli esperimenti dei fratelli André e François Dumont a La Panne in Belgio nel 1898. Il loro carro a vela è più leggero rispetto ai precedenti, più veloce, ha una vela triangolare e monta ruote di legno. Nella stessa località il belga Willy Coppens, celebre aviatore della Prima guerra mondiale, realizza nel 1905 il primo carro a vela su pneumatici. Il carro a vela si trasforma così in disciplina sportiva. La prima competizione si svolge proprio a Le Panne nel 1909 e a partire dal 1913 le spiagge francesi di Berck-sur-mer e Hardelot cominciano a ospitare gare internazionali alle quali prendono parte dozzine di equipaggi. La ricerca tecnica si sviluppa, nascono carri firmati Dumont et Blériot, Clarysse, Guillon, Nagelmackers, etc. Dopo il secondo conflitto mondiale l’ingegnere Henri Demoury mette a punto un carro che si rivela molto competitivo, ma il vero boom della disciplina avviene alla fine degli Anni 50 in Francia, Le Touquet, Berck e Fort Mahon diventano le località privilegiate per disputare le gare. Vengono organizzati campionati europei e nascono le prime federazioni nazionali.

Dove uscire? Spiagge, parchi e parcheggi

Pur avendo origini millenarie, il carro a vela si è sviluppato come sport solo alla fine degli Anni 50 nei paesi europei affacciati sulla Manica, Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra. Qui le lunghe spiagge battute dal vento e rese compatte dai movimenti di marea diventano il terreno ideale per scorrazzare con i carri a vela. Ed è infatti in queste zone costiere che si sono sviluppati i club più prestigiosi e attivi a livello internazionale, come il Blériot e quello di Fort Mahon in Francia, o il Royal Sand Yacht Club a De Panne, Belgio. Se bordeggiare lungo il bagnasciuga con gli spruzzi salati in bocca e il rumore dei gabbiani nelle orecchie offre senza dubbio gli spunti più romantici, alcuni appassionati hanno preso altre direzioni cercando di sfruttare vari tipi di terreno: parchi, grandi parcheggi, ex areoporti. Negli Stati Uniti il carro a vela si pratica soprattutto sui laghi salati, come quello di Ivampah, nel deserto del Nevada, dove si sono svolte le ultime edizioni della Pacrim, regata internazionale di flotta che raccoglie appassionati da tutto il mondo. È proprio in questa località che nel marzo del 1999 l’americano Bob Schumacher a bordo del prototipo Ironduck ha battuto il record di velocità della disciplina toccando i 187 chilometri orari! Anche in Australia si sfruttano le grandi distese desertiche battute dal vento, così come nei paesi africani. Fino a qualche anno fa tra il Marocco e la Mauritania si correva la Transat des Sables, raid a tappe che nel 1999 ha visto anche la partecipazione del celebre velista Simone Bianchetti deceduto nel 2003.

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In Italia tutti sul monte Petrano

E in Italia? Nel nostro paese la particolare conformazione delle spiagge, strette e dalla sabbia soffice, non si presta molto alla pratica del carro a vela. Tra le località più adatte c’è la spiaggia di Cervia (Ra), alcune zone della Sardegna, e poco altro. Negli ultimi anni gli appassionati del settore si danno però appuntamento sul Monte Petrano (1.100 m) in provincia di Pesaro-Urbino, dove un grande altopiano erboso in primavera ed estate diventa un ottimo posto per allenarsi.

Come è fatto un carro a vela

Il telaio del carro a vela nella sua versione standard ha la forma di un triciclo, con due ruote posteriori fisse e una ruota anteriore che sterza. Non mancano però le eccezioni. Alcuni prototipi hanno forme diverse, romboidale per esempio, o a “banana” con le ruote anteriori e posteriori sterzanti e ruote laterali aggiuntive per dare stabilità al mezzo. Le dimensioni dello scafo sono di 3-4 metri di lunghezza per 2,5 di larghezza, mentre il peso si aggira sui 70-80 chilogrammi. I materiali utilizzati tendono a ridurre al minimo i pesi: si va dal carbonio e al kevlar delle classi maggiori, ai telai costituiti da tralicci di acciaio e alluminio delle categorie più diffuse. La vela è una randa dal profilo alare, steccata e inferita su un albero in alluminio o vetroresina, di solito in due pezzi. La superfice velica varia secondo le classi, si va da un minimo di 3 metri a un massimo di 11 metri, e in genere il materiale è in Dacron. In alcuni modelli più futuristici la vela in tessuto è sostituita da un’ala rigida. Per le ruote si utilizzano pneumatici di varie misure, ammortizzati con sistemi a elastico per seguire gli avvallamenti del terreno.

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Quei lunghi bordi in derapata

Una delle caratteristiche del carro a vela è la sua semplicità di guida. In pochi giorni, anche partendo da zero, s’impara a manovrare e correre in sicurezza. Per prendere confidenza con la velocità e azzardare qualche acrobazia, basta una settimana. Viaggiare su un carro a vela significa utilizzare le stesse andature di una barca a vela, bolina, traverso, lasco, poppa. Naturalmente come per la barca alcune andature consentono velocità maggiori e regalano più soddisfazione. Anche le manovre sono le stesse, virata e abbattuta. Quello che cambia sono le possibilità acrobatiche che consente il carro: per esempio, quando si effettua una virata veloce con vento sostenuto il carro si alza su due ruote, oppure venendo da un lasco o da un’andatura di poppa e portandosi all’orza rapidamente, il carro compie un testacoda. La posizione di guida del pilota è semisdraiata, su un seggiolino di tela o in fibra di vetro in alcuni casi provvisto di cintura di sicurezza, e per manovrare si utilizza un sistema a barra comandato dai piedi che agisce sullo sterzo della ruota di prua.

I freni? Semplice, non ci sono!

Con una mano invece si tiene la scotta della vela, il vero acceleratore del carro, con una particolarità: niente trasto, né strozzascotte o winch per agevolare il bloccaggio della cima e demoltiplicare il carico: solo lavoro di avambracci e “pugno di ferro” per lascare e cazzare la vela secondo le esigenze; il vantaggio di questo sistema però è una maggiore sensibilità e reattività del pilota ai cambi di vento. E i freni? Altra caratteristica dei carri che all’inizio può spiazzare i praticanti: semplicemente i freni non sono previsti. Del resto per arrestare il carro, basta mettere la prua al vento e il gioco è fatto, si frena quasi istantaneamente. Alcune classi da diporto o anche i carri a vela da iniziazione destinati ai più piccoli, montano come misura di emergenza un freno costituito da una semplice leva a mano che fa attrito sul terreno, del tutto simile a quella utilizzata nei bob da neve.

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Federazioni, classi e competizioni

Quanto alle classi ammesse alle competizioni, bisogna fare riferimento alla Fisly (International Land and Sandyachting Federation) che, tra le altre cose, organizza i campionati del mondo della specialità. Le classi previste dalla Fisly sono: 1. Classe 2 (superfice velica 11,3 mq), il più grande carro in circolazione con lunghezza dello scafo di 3,68 metri; 2. Classe 3 (7,35 mq), caratterizzato dalla posizione sdraiata del pilota e capace di raggiungere i 120 chilometri orari; 3. Classe 3R-Formule A(7,35 mq), estremamente veloce e soggetta a forti limiti di stazza; 4. Classe 5 (5,50 mq), la più diffusa in assoluto. Accanto a queste, esistono le Classi 7 e 8. La prima, chiamata anche “speedsail”, ha un’attrezzatura da windsurf montata su una tavola a quattro ruote. La seconda comprende invece i “kitebuggy,” carri acrobatici che al posto della vela tradizionale hanno un’ala a paracadute. Altra federazione attiva a livello internazionale è la Nasla (North American Land Sailing Association) che organizza ogni due anni la Pacrim, regata internazionale di flotta, equiparata come prestigio alla Coppa America del carro a vela. La Nasla prevede oltre alle classi Fisly ulteriori categorie: Five square meter (5,5 mq); Fed 5 (5,59 mq); Manta (5 mq) e Classic (6,0 mq). Ogni federazione nazionale inoltre promuove delle classi proprie. In Francia per esempio ci sono la Classe Mini 4 (4,65 mq), una categoria rivolta ai ragazzi tra gli 11 e i 16 anni e la 5 Promo (5,50 mq), versione semplificata della classe 5. Ma come si svolge una regata di carro a vela? C’è una griglia di partenza per i concorrenti assegnata in base alle prove, per il resto le regole sono le stesse delle regate sull’acqua. Il percorso, delimitato da boe, può essere a bastone o a triangolo, e viene posizionato in base alla direzione del vento. Insomma se siete marinai in vacanza, amate la velocità e vi va di tornare bambini, sedetevi a bordo di una carro a vela… e aspettate il vento!

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